Dietro Sky e Dazn: il calcio italiano sempre più schiavo dei diritti TV

La vendita dei diritti TV della Serie A ha portato poco meno di un miliardo nelle casse dei club italiani, ma sono le uniche entrate.

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La stragrande maggioranza delle ricchezze dei club derivano dagli accordi miliardari che vengono effettuati con i broadcaster televisivi. Storicamente, gli acquisti importanti e l’impennata nei fatturati delle società di calcio sono arrivati quando ci sono stati i primi accordo sui diritti TV con le televisioni, che per portare le partite nei salotti degli italiani – ma più in generale, di tutti gli appassionati sportivi mondiali – hanno investito non poco.

Quest’anno c’è stata una nuova asta per i diritti televisivi in Italia. In un primo momento, l’emittente che aveva adempito a tutti i requisiti del bando, portando a casa la posta in palio, era stata MediaPro, broadcaster spagnolo che aveva pagato poco più di un miliardo per portarsi a casa la visione delle prestazioni dei calciatori e delle squadre di Serie A. La vittoria di MediaPro è stata, però, spazzata via dal Tribunale di Milano, spianando la strada a quello che poi è stato l’accordo definitivo.

Due piattaforme concorrenti si divideranno le partite di campionato. Il pacchetto principale dei diritti televisivi della Serie A è andato a Sky per circa 780 milioni di euro. La TV di Murdoch si è assicurata 7 partite su 10 per giornata, con 16 big match su 20. Tre partite a settimana, come prevedono gli accordi sui diritti tra le parti, saranno trasmesse da Dazn, nuova emittente che si promette di rivoluzionare il mondo del calcio in TV tramite un servizio di streaming sul web. Dazn è di proprietà di Perform Group e si è assicurata l’anticipo del sabato alle 20:30, il match domenicale delle 12:30 e uno alle 15 per 193 milioni di euro. Una fetta complessiva, dunque, di 973 milioni a stagione per il prossimo triennio, poco meno del miliardo offerto da MediaPro.

Dazn ha, inoltre, l’esclusiva del campionato di Serie B, acquistata per circa 22 milioni a stagione. Una ventata di aria fresca per le società del campionato cadetto, sempre più soggette a problemi finanziari, come si può evincere dai tre fallimenti di Avellino, Cesena e Bari di quest’anno.

Se, da un lato, il costo del calcio in TV in Italia cresce, permettendo alle società di riuscire ad avere introiti maggiori, c’è da dire che gli altri campionati europei riescono comunque a guadagnare di più. Basti pensare che, nello stesso periodo, Sky e BT hanno investito 4,6 miliardi di sterline (circa 5 miliardi di euro) per assicurarsi i diritti TV della Premier League. Allo stesso tempo, in Francia MediaPro ha investito 1,15 miliardi di euro annui, superando l’Italia.

Un altro problema riguarda il fatto che i diritti TV stanno diventando sempre di più il salvagente del calcio italiano. Se negli altri Paesi gli incassi dei club provengono soltanto in parte dalle televisioni, ma si riesce anche a fare cassa in altri modi, ad esempio con il marketing e soprattutto con il botteghino, in Italia si è ancorati ai soldi dei broadcaster. I motivi sono molto semplici e si riducono tutti a un unico male: la mancanza di volontà di investimento. In Italia si registrano sempre meno persone allo stadio, il tutto derivante da una mancanza di adeguamento degli impianti sportivi, sempre più fatiscenti. L’assenza di introiti diversi dai diritti TV è la causa maggiore del divario economico tra i club italiani e quelli europei. Forse è il momento di risvegliarsi definitivamente.