Un vero esame per le banche europee

Le crisi bancarie sistemiche sono sempre difficili da risolvere. In Europa la difficoltà è costituita da una interdipendenza che travalica i confini nazionali. La paralisi politica del 2009 e del 2010 ha prodotto come risultato una fragilità del sistema bancario che rappresenta un serio ostacolo alla ripresa del Vecchio Continente. Ma una conseguenza ancora più grave è che costringe la zona euro a optare in modo sistematico per il salvataggio, invece che per la ristrutturazione, ogni volta che un suo membro affronta difficoltà macroeconomiche.

SCELTA OBBLIGATA, MA SCORRETTA

In aprile, c’erano tutte le condizioni per l’immediata ristrutturazione del debito sovrano della Grecia, invece di imporre al paese livelli di debito insostenibili. Ma le ripercussioni avrebbero potuto far cadere le fragili banche dell’Europa occidentale e far andare fuori controllo il sistema. Si è deciso per il salvataggio della Grecia, perché era il male minore. Allo stesso modo, in novembre sono stati in molti a chiedere che si imponessero perdite sul debito senior delle banche irlandesi. Ma questo avrebbe minato la capacità di ricorrere a prestiti delle banche europee, sulla solidità dei cui bilanci si può nutrire più di un dubbio, causando una possibile ondata di panico.

Così, il salvataggio del debito senior delle banche ha costituito una buona parte del pacchetto di aiuti all’Irlanda. Quelle decisioni possono essere state inevitabili nelle circostanze in cui si sono verificate, ma hanno dato luogo a una grave ingiustizia e hanno accelerato un dibattito sulla solidarietà nell’Eurozona e sul federalismo fiscale per il quale l’Unione Europea non è ancora politicamente pronta. Il più grave fallimento è l’assenza di un’azione ferma nei periodi di maggiore calma per dare maggiore capacità di ripresa al sistema.

Quasi mai le crisi bancarie sistemiche si risolvono da sole: anche con bassi tassi di interesse, gli utili reinvestiti non possono tappare tutti i buchi dopo un forte shock. Serve invece che i governi inducano un processo di analisi spregiudicata, ricapitalizzazione e ristrutturazione delle maggiori banche. Questo approccio è stato seguito dagli Stati Uniti nel 1989-90 dopo la crisi delle casse di risparmio, dalla Svezia nel 1992-93, dal Giappone nel 2002-03 e di nuovo dagli Stati Uniti con gli stress test del 2009. L’Europa non ha ancora fatto niente di paragonabile.

Un primo giro di test di stress che ha coinvolto tutta l’Europa nel settembre 2009 è praticamente passato inosservato perché i risultati non sono stati resi noti. La pubblicazione dei risultati era invece prevista per un secondo giro, molto pubblicizzato, nel luglio 2010, che non è comunque riuscito a ripristinare la fiducia. Ora è in arrivo un terzo round di test di stress, a febbraio 2011, e il commissario europeo Olli Rehn ha già annunciato che sarà “ancora più rigoroso e completo”. Ma perché il tentativo abbia qualche possibilità di successo, si devono evitare gli errori di procedura commessi nelle prove precedenti. La storia suggerisce che i fattori essenziali sono tre.

TRE ELEMENTI PER UN TEST CORRETTO

Primo, l’analisi: una valutazione pubblica della reale situazione patrimoniale di tutte le maggiori istituzioni del sistema, sulla base di una revisione approfondita e uniformemente rigorosa degli attivi e delle perdite, perché in tempi di crisi i rendiconti finanziari sono inaffidabili. Le importanti interconnessioni cross-border fanno sì che l’analisi debba estendersi a tutta l’Europa. Gli stress test di luglio sono falliti perché ogni Stato membro ha applicato a modo suo la metodologia concordata a livello comune. Non si può contare sul fatto che le autorità nazionali antepongano l’interesse comune europeo al proprio, dunque il controllo delle valutazioni nazionali deve essere affidato a una istituzione centrale, che dovrà anche renderle effettivamente comparabili.

Secondo, la ri-capitalizzazione. Le banche giudicate troppo deboli dovranno trovare nuovo capitale. Come la volta precedente, è probabile che i risultati del prossimo stress test sottostimino il fabbisogno di capitale perché i politici europei non possono includere esplicitamente il fallimento sovrano in uno scenario di stress, per timore che questa sia una ipotesi che si autorealizza. Per compensare questo difetto inevitabile, i politici dovrebbero rafforzare altre ipotesi di stress e imporre una soglia alta a una misura di capitale rigida, che non sia quel “Tier-1” definito in modo blando e testato in luglio. A questo si deve aggiungere una ben maggiore chiarezza sull’esposizione al rischio sovrano di ciascun istituto, e si di devono fornire spiegazioni migliori rispetto a luglio su come riconciliare tali numeri con i rendiconti finanziari pubblicati altrove e con le statistiche della Bank for International Settlements.

Terzo, la ristrutturazione. Diversamente dagli Stati Uniti nel 2009, può accadere che alcune banche non riescano a raccogliere il capitale necessario: dovrà essere imposta la loro vendita oppure un loro smantellamento ordinato. Anche questo processo deve essere condotto dal centro, per garantire equità ed efficienza. Le potenziali difficoltà abbondano: banche generalmente considerate come “campioni nazionali” potrebbero essere acquistate da concorrenti stranieri; potrebbero essere distrutti posti di lavoro, nelle banche e nelle società non finanziarie da queste sostenute. Le autorità nazionali possono essere messe alla gogna per l’incapacità di agire del passato e per i loro legami con élite finanziarie fallite, può essere necessaria una nuova legislazione, con tutte le incertezze che ne derivano.

In particolare, è possibile che la recentemente istituita European Banking Authority non sia adatta per un così duro lavoro, potrebbe perciò rivelarsi preferibile creare una istituzione temporanea, dedicata in modo specifico alla risoluzione della crisi. È possibile che serva un significativo ammontare di risorse pubbliche per far fronte a obblighi legali e per evitare pericolosi contagi. Così come possono essere necessari negoziati per la suddivisione degli obblighi fra i diversi paesi e per i possibili aiuti internazionali, come nel caso irlandese
Tutto ciò può rivelarsi dirompente. Ma l’alternativa è un processo politico tenuto in ostaggio da un sistema bancario malato e un ancora più largo impiego di denaro dei contribuenti che può mettere in pericolo lo stesso tessuto politico dell’Unione Europea.

Autore: Nicolas Véron – LaVoce.info