UN PATTO PER UNA MAGGIORE LIQUIDITÀ

L’Italia, come la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro, si trova  in una evidente situazione di sotto dimensionamento produttivo, in cui vi e’ un gran numero di risorse libere o liberate dalla crisi (leggi disoccupazione) e di aziende in forte crisi di liquidita’ e di credito e, pertanto, impossibilitate a investire, a innovare e a incrementare la produzione.

In una situazione analoga, di carenza di liquidita’ monetaria, si trovano i consumatori, i lavoratori, i pensionati e le famiglie. Produzione e consumi ne risultano fortemente ristretti.

La Bce si rifiuta di aumentare la base monetaria, per via dello spettro dell’inflazione, dopo la lontana esperienza tedesca della Repubblica di Weimar. Le banche centrali nazionali non hanno facolta’ di coniare moneta e il cerchio si chiude brevemente. A tale aspetto occorre aggiungerne un altro. Lo stato italiano e gli altri stati nazionali hanno abdicato alla politica monetaria, non solo rinunciando a utilizzare molti strumenti estremamente utili in caso di crisi economica, come la manovra del tasso di interesse, del cambio e la gestione della base monetaria, ma hanno rinunciato anche alla manovra delle riserve obbligatorie bancarie.

La riserva obbligatoria venne introdotta in Italia nel 1947 da Luigi Einaudi, in base ai poteri che la l.b. 1936 concedeva di istituire un simile obbligo da un lato per la tutela del risparmio, cioe’ dei depositanti, e dall’altro per introdurre una importante funzione di politica monetaria e come strumento di controllo dell’espansione del credito bancario. L’art. 10 della l. 26.11.1993 n. 483 aveva attribuito alla Banca d’Italia il potere di modificare la disciplina della riserva obbligatoria. Con l’avvio della terza fase dell’UEM, dal 1 gennaio 1999 la manovra della riserva obbligatoria nell’area dell’euro e’ stata accordata alla BCE insieme alla sovranita’ monetaria. Attualmente la materia e’ regolata dal regolamento 2531/ 1998 del Consiglio europeo e dal regolamento della BCE 2818/1998. Il regolamento BCE ha stabilito che la riserva obbligatoria si calcoli sulle seguenti passivita’ delle banche denominate in qualsiasi valuta: depositi, titoli di debito, titoli di mercato monetario. Sono escluse le passivita’ nei confronti della BCE e delle BCN dei Paesi che hanno adottato l’euro, oltre che delle altre banche soggette alla riserva obbligatoria dell’Eurozona. Attualmente si applica un’aliquota pari a zero alle passivita’ con scadenza superiore a 2 anni e per i pronti contro termine, al 2% alle rimanenti.

Sebbene il potere di manovra del tasso di riserva obbligatoria e’ stato trasferito alla Bce, livellare tale riserva al 2% del totale dei depositi bancari, significa aver comunque rinunciato ad uno strumento importante di gestione della liquidita nel sistema economico, poiche’ il livello e’ tale che una sua variazione verso il basso non comporterebbe una significativa variazione della liquidita’ nel sistema, nonostante il meccanismo del moltiplicatore del credito.

Si potrebbe scendere a patti con la Banca centrale europea e proporre un’alternativa: aumentare la base monetaria una tantum in tutta l’area dell’euro al fine di convogliare liquidita’ alle banche fino ad innalzare la riserva bancaria ad un livello pari ad almeno il 5%. Questo non comporterebbe un flusso di liquidita’ nel sistema e il rischio tanto temuto dai Tedeschi della iperinflazione sarebbe del tutto scampato.

A quel punto le vie da seguire sarebbero solamente due. Occorrerebbe innanzitutto restituire allo stato nazionale la facolta’ di decidere il livello di riserva obbligatoria in modo da restituire in parte la sovranita’ monetaria sottratta. Cosi’ facendo lo stato nazionale, riappropriatosi di almeno uno degli strumenti di politica monetaria che aveva originariamente a disposizione, potrebbe immettere liquidita’ a dosi variabili in relazione all’andamento economico del paese, seguendo quindi le necessita’ specifiche del sistema economico nazionale e ovviando all’inconveniente di una politica monetaria comune e uniforme che non accontenta i paesi virtuosi, ne’ aiuta quelli meno virtuosi.

Tuttavia una simile iniziativa potrebbe essere del tutto inconcludente se a monte non vi sia una riforma radicale del sistema bancario, che ristabilisca la specializzazione delle banche, separando le banche che operano sui mercati borsistici da quelle che finanziano la produzione. Imporre una simile specializzazione al sistema bancario, che rappresenterebbe un ritorno al passato e in particolare alla lungimirante riforma del 1936, e’ la conditio sine qua non per poter agire nuovamente sul sistema economico nazionale.

Come si ricordera’, la riforma bancaria del 1936 fu una saggia risposta alla Grande Depressione che segui’ il crollo di Wall Street del 1929. Nel pieno della Grande Depressione, la svalutazione della sterlina del settembre del 1931 e di gran parte delle altre monete corrispose di fatto a un’ulteriore rivalutazione della lira e le conseguenze sull’attivita’ economica e sul sistema finanziario italiano furono gravose. Lo Stato e la Banca centrale salvarono dal tracollo le maggiori banche miste che possedevano partecipazioni azionarie sempre piu’ svalutate. La Banca d’Italia si trovo’ pertanto con un attivo fortemente immobilizzato. Vennero cosi’ creati prima l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), con l’incarico di assicurare i finanziamenti di medio-lungo periodo e poi l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che acquisi’ le partecipazioni azionarie delle banche in difficolta’ e i pacchetti di controllo delle banche stesse.

Venne elaborata, in ambito IRI, la legge di riforma bancaria del 1936 che da una parte defini’ la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” e le affido’ definitivamente la funzione di emissione, e dall’altra le affido’ il compito della vigilanza creditizia e finanziaria. La riforma ridisegno’ l’intero assetto del sistema creditizio seguendo l’impronta della separazione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, e defini’ l’attivita’ bancaria funzione di interesse pubblico.

Va da se’ quindi che se tornassimo alla separazione del credito, il flusso di maggiore moneta sarebbe convogliato verso le banche che finanziano il sistema produttivo, mentre sarebbe possibile imporre un margine molto alto di riserva bancaria per quelle banche che operano su mercati borsistici ed effettuano operazioni ad alto rischio. Si agirebbe pertanto su due fronti. Si finanzierebbe la produzione e si contrasterebbe la speculazione, creando un fondo virtuale di tutela verso i fallimenti bancari.

 

 Autore: Emanuela Melchiorre – Lafinanzasulweb.it