Perché la Cina resta attraente nonostante consumi stagnanti

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Con il conflitto nel Golfo sembra che la politica di autosufficienza perseguita dalla Cina stia dando i suoi frutti: la scorsa settimana, la crescita del PIL cinese nel primo trimestre si è attestata al 5% su base annua, superando le attese e accelerando rispetto al 4,5% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso, trainata principalmente da esportazioni superiori alle previsioni e da una ripresa della spesa infrastrutturale.

Tuttavia, il ribilanciamento dell’economia con l’aumento dei consumi interni, che da tempo sosteniamo essere la strada maestra per sbloccare la prossima fase di crescita, rimane incompiuto. La crescita delle vendite al dettaglio ha subito un rallentamento all’1,7% su base annua a marzo, confermando la fragilità della domanda interna. Viene dunque da domandarsi: in assenza di questo riequilibrio, cosa rende ancora interessante la Cina in questo momento?

Al riparo dal peggio

La Cina è probabilmente l’economia asiatica meno colpita dal conflitto nel Golfo. La sua dipendenza dal petrolio, in termini di quota nel mix energetico, è notevolmente inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi, soprattutto grazie ad anni di investimenti nelle energie rinnovabili, che consentono di utilizzare per più tempo le sue riserve petrolifere. Secondo quanto riportato dalla stampa, la Cina ha inoltre continuato a ricevere forniture di petrolio che altri paesi non hanno ottenuto.

Il consolidamento della leadership tech

Nel frattempo, il potenziamento strutturale che avevamo evidenziato a dicembre continua ad accelerare. La Cina non si sta più limitando a colmare il divario con gli Stati Uniti nell’IA: in aree come l’inferenza con l’AI — ovvero l’utilizzo di modelli di machine learning addestrati per fare previsioni, decisioni o generare output da nuovi dati — sta cominciando a superarli. Questo aspetto è particolarmente significativo alla luce della nuova fase in cui l’IA sta entrando: man mano che la tecnologia passa dal software al mondo fisico attraverso la robotica e gli umanoidi, il dominio manifatturiero della Cina diventa un vantaggio decisivo. È qui che decenni di capacità industriale incontrano innovazione all’avanguardia ed è difficile immaginare come i concorrenti possano colmare rapidamente un simile divario.

La spinta innovativa si sta estendendo anche al settore biotecnologico. Il governo la scorsa settimana ha segnalato la volontà di riformare il sistema di determinazione dei prezzi dei farmaci in Cina, riconoscendo che “farmaci altamente innovativi con un elevato grado di innovazione e un significativo valore clinico” dovrebbero avere prezzi coerenti con i loro maggiori investimenti e rischi. A nostro avviso, questo potrebbe determinare un ulteriore rialzo per un settore biotecnologico cinese già in netta ripresa.

Problematiche in miglioramento

Diversi fattori che pesavano sul sentiment si stanno stabilizzando. Nel settore immobiliare, abbiamo recentemente assistito a un freno del deterioramento, nonché ad alcuni primi segnali di stabilizzazione e miglioramento sia nei volumi di vendita che nei prezzi. La riduzione dei dazi a seguito della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti all’inizio dell’anno ha aiutato marginalmente, anche se attendiamo l’esito della visita del presidente degli Stati Uniti Trump a maggio per vedere come si evolverà la situazione.

Sul fronte della deflazione, il rialzo dei prezzi del petrolio ha riportato l’indice dei prezzi alla produzione in territorio positivo per la prima volta da settembre 2022, ponendo fine a una serie negativa di 41 mesi di deflazione. I prezzi al consumo sono aumentati dell’1% su base annua a marzo, ma rimangono ben al di sotto dell’obiettivo del 2% fissato dal governo, mentre l’inflazione core (esclusi alimentari ed energia) si è attestata all’1,1%.

I dubbi sulla tenuta dell’export e le ricadute per lo stimolo della domanda interna

La questione ancora aperta – ed è davvero un punto oggetto di discussione piuttosto che un’opinione consolidata – è se la Cina possa mantenere lo slancio nell’export in un contesto in cui la crescita globale probabilmente rallenterà sotto il peso di un aumento dei costi energetici. Mentre scriviamo, la fragile tregua continua, ma l’impatto delle ultime sette settimane di conflitto si farà probabilmente sentire ancora a lungo. La Cina potrebbe trarne vantaggio, in quanto i concorrenti risentono dello shock energetico e il desiderio globale di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi provenienti dal Medio Oriente stimola la domanda di energie rinnovabili, settore in cui la Cina produce il 92% dei moduli solari mondiali e l’82% delle turbine eoliche.

Se le esportazioni globali dovessero alla fine rallentare, la domanda più interessante sarà se questo diventerà il catalizzatore per la svolta nei consumi che stiamo aspettando. A nostro avviso, la Cina ha finora ritardato le riforme strutturali sul fronte della domanda interna in parte perché la forza dei suoi volumi di esportazione complessivi ha offerto un sostegno credibile alla crescita sostenuta del PIL e, in parte, perché l’attenzione si è spostata sul garantire l’autosufficienza in un contesto di crescente frammentazione geopolitica. Riteniamo che un calo prolungato della domanda estera potrebbe essere quello che alla fine li costringerà ad agire.

di Nick Wilcox, Managing Director, Discretionary Equities di Man Group

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