Perchè è così lenta la ripresa italiana

Un tipico esercizio di inizio anno è quello di tirare le somme di che cosa è andato e cosa non è andato nell’anno precedente. Nel caso dei dati macroeconomici, per tirare le somme in modo ufficiale sul 2010 bisogna però aspettare addirittura più o meno la metà di marzo 2011. Solo allora infatti l’Istat fornirà i risultati relativi al Pil del quarto trimestre e alle sue varie componenti. Per il momento l’Istat ha pubblicato – a metà dicembre – i dati relativi all’andamento dell’economia italiana nei primi tre trimestri del 2010. Con questi bisogna lavorare, se si vuole fare un pre-consuntivo di fine anno. È comunque del tutto improbabile che i dati del quarto trimestre cambino in modo sostanziale il quadro che emerge fino a questo momento.

2010, UNA RIPRESA LENTA

Il 2010 è stato un anno di ripresa per tutte le economie dopo l’orribile 2009. In Italia è stato un anno di ripresa lenta, tuttavia, se confrontato con l’ultimo anno in cui l’economia italiana si era risollevata da una fase di rallentamento, e cioè il 2006. La crescita 2010 si fermerà con tutta probabilità a un +1 per cento, più o meno la metà della crescita registrata nel 2006 rispetto al 2005.

EXPORT E IMPORT

Oggi come nel 2006, la ripresa è trainata prima di tutto dall’export ma anche dagli investimenti, soprattutto quelli in macchinari e attrezzature, mentre i consumi delle famiglie crescono meno del Pil. Sono dati del tutto normali: sia esportazioni che investimenti ripartono sempre più rapidamente dei consumi dopo le recessioni anche perché, tra le voci del Pil, proprio export e investimenti risentono maggiormente dell’impatto negativo della congiuntura economica. Quindi il dato favorevole di export e investimenti è anche un effetto di rimbalzo.

Le esportazioni vanno bene perché il Pil del mondo è già ritornato a crescere del 4,6 per cento nel 2010, cioè solo di qualche decimo di punto percentuale inferiore alla crescita 2006 (che fu del 5 per cento). La crescita mondiale è tornata quasi a livelli pre-crisi e così anche le importazioni mondiali, dalla qual cosa tutti gli esportatori traggono vantaggio. Siccome però la composizione del Pil del mondo sta cambiando molto rapidamente e l’asse economico si sta spostando da Occidente a Oriente, non era scontato che le aziende italiane potessero beneficiare della ripresa di oggi nello stesso modo in cui ne avevano beneficiato quattro anni fa. E invece l’export di oggi cresce quasi del 7 per cento contro il +6,2 del 2006. Vuol dire che almeno alcune delle aziende italiane sanno farsi valere in giro per il mondo, non semplicemente beneficiando della ripresa mondiale, ma guadagnando competitività e quote di mercato. Tutto ciò induce a ben sperare per il futuro.

Si può tuttavia presumere che i leoni dell’export siano solo una minoranza delle imprese italiane: la crescita 2010, anche se più modesta di quella 2006, porta infatti con sé un vero e proprio boom delle importazioni che crescono oggi dell’8 per cento, mentre crescevano solo del 6 per cento nel 2006. Per crescere esportando bisogna anche importare di più: nel 2010 ciò avviene molto di più che nel 2006. Forse è un segno del rapido processo di modernizzazione dell’economia italiana che sta diventando sempre più globale e sempre più coinvolta in processi di delocalizzazione. Ma è anche un segno della perdita di competitività dei fornitori di servizi locali e dei terzisti manifatturieri che hanno sempre sostenuto le grandi imprese che competevano sui mercati internazionali. I dati sembrano indicare che oggi le grandi imprese, per riuscire a essere vincenti, si rivolgono più spesso a fornitori esteri.

IL FRENO DEI CONSUMI SULLA CRESCITA

La tabella contiene qualche altro elemento di preoccupazione che contribuisce a spiegare perché la crescita di oggi è la metà di quella del 2006. Le brutte notizie vengono dai consumi, sia privati che pubblici. I consumi privati (delle famiglie) crescono oggi solo dello 0,7 per cento (il dato era +1,3 nel 2006). Qui la colpa è del mercato del lavoro: quando la disoccupazione raggiunge l’8,7 per cento della forza lavoro (dato di ottobre 2010) con un parallelo incremento dei disoccupati scoraggiati, e quando le ore di cassa integrazione non accennano a diminuire, non ci si può stupire che la dinamica dei consumi rimanga fiacca.

Alla crescita debole dei consumi privati si deve poi aggiungere la riduzione dei consumi pubblici: nel 2006 la spesa pubblica cresceva di mezzo punto percentuale, mentre nel 2010 la spesa pubblica è diminuita di mezzo punto percentuale. Questo processo riflette il contenimento della dinamica della spesa pubblica indotto dalla necessità di riequilibrare i conti pubblici per non caricare ulteriormente il salasso fiscale che colpirà comunque le giovani generazioni. È l’inizio di un processo che continuerà negli anni a venire e che riguarderà tutte le sfere dell’intervento pubblico. Inutile quindi aspettarsi il ritorno dei tempi delle vacche grasse sul fronte della finanza pubblica.

SI PUÒ FARE DI PIÙ?

L’Italia è cresciuta poco nel 2010, sia rispetto agli altri grandi paesi europei (tranne la Spagna) che rispetto all’Italia di qualche anno fa. Il guaio è che la bassa crescita 2010 non è un fenomeno congiunturale. Il Pil dell’Italia cresce poco perché il boom dell’export non crea abbastanza fatturato per le piccole imprese terziste che oggi sono meno competitive di un tempo. E cresce poco perché, con un mercato del lavoro depresso e dualistico in cui chi ha il lavoro se lo tiene e gli altri non entrano mai, la dinamica dei consumi è fiacca. Non ci sono scorciatoie: perché il 2011 sia migliore del 2010, è cruciale che la crescita diventi un fenomeno più diffuso e non più un fenomeno per pochi. Con piccole imprese che crescano e giovani lavoratori che non vengano tenuti sull’uscio del mercato per troppi anni. È solo un velleitario desiderio di inizio anno o potrà diventare un obiettivo da mettere in pratica?

Autore: Francesco Daveri – LaVoce.info