PER RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO OCCORRE RIORGANIZZARE LA MACCHINA DELLO STATO E ABBANDONARE LA MENTALITÀ DELL’IPERLEGALISMO

A quanto pare non sussiste il reato di evasione fiscale se il cittadino e l’impresa che non pagano le tasse vantano crediti non pagati dalla pubblica amministrazione, tali da porre il contribuente (persona fisica o giuridica) nella condizione di non avere denari per adempiere ai propri doveri con il fisco. È quanto risulta dalle due recenti sentenze stabilite dai giudici di Milano. Anche se non sussiste il reato il debito pero’ rimane, e dovra’ essere pagato con l’onere aggiuntivo di sanzioni e interessi. Giustizia vorrebbe che anche il debito dello Stato nei confronti del cittadino  o della impresa venisse pagato con equivalenti sanzioni e interessi per il ritardo, il che pero’ non avviene.

La Cassazione dal canto suo, nel mese di dicembre dello scorso anno, aveva sentenziato sugli accertamenti presuntivi, alias redditometro, stabilendo che il discostamento dai parametri prestabiliti, quindi la non congruita’ del reddito dichiarato non costituisce affatto una prova, ne’ si puo’ imporre al contribuente di dimostrare la propria regolarita’. Il redditometro e’ solo uno strumento, quindi, per sapere dove indirizzare gli accertamenti fiscali, ai quali spetta dimostrare l’eventuale infedelta’ fiscale.

Nonostante cio’, non saranno le sentenze a risolvere la questione tra il cittadino e il fisco, anche perche’ il ricorso ad un sistema fiscale oppressivo e sempre piu’ invasivo non si placa con i ricorsi alla giustizia, mentre comporta maggiore evasione e la chiusura delle imprese, quindi la recessione e la necessita’ alla sempre maggiore evasione. La via d’uscita e’ in tutt’altra direzione e passa per il taglio della spesa pubblica, che in molti casi favorirebbe i servizi pubblici migliori.

Passiamo alle cifre. Il debito pubblico e’ arrivato alla strabiliante cifra di 2000 miliardi di euro. Per fare fronte a tale debito occorre pagare 70 miliardi di euro annui per interessi. Un simile debito pubblico, che cresce alla velocita’ di quasi tremila euro al secondo, e’ cresciuto del 3% durante il governo Berlusconi e del 3,09% durante il periodo del Governo Monti, a fronte pero’ di maggiori entrate fiscali date dall’inasprimento delle tasse sotto il governo dei tecnici.

Il debito pubblico serve per pagare la spesa pubblica, che e’ composta in prevalenza di spese correnti. La quota maggiore di spesa pubblica e’ data infatti dagli stipendi di tutti gli impiegati pubblici. Le spese per l’acquisto di beni e servizi rispetto alla massa di spese per stipendi e di interessi sul debito pubblico sono ben poca cosa. Nel bilancio del ministero della difesa, ad esempio, ci sono 20 miliardi di euro di spese per la difesa, di cui 18 miliardi sono gli stipendi. Anche se non facessimo piu’ guerra a nessuno o non garantissimo piu’ la pace in nessun paese, il nostro risparmio sarebbe comunque irrisorio rispetto al totale della spesa.

Se sottraessimo il costo della gestione del debito (gli interessi), annientando il debito totalmente, come fece l’Argentina a suo tempo, l’organizzazione della macchina pubblica rimarrebbe difettosa.

Il nostro e’ il paese della “iperlegalita’”, dove la principale preoccupazione dei pubblici impiegati e dei funzionari e’ quella di essere giustificati in ogni azione dalla legge, mentre quella dei governanti o dei candidati alle elezioni e’ di farsi una buona pubblicita’ sui mezzi di informazione. In questa ottica il mercato e’ piu’ consapevolizzante, nel senso che esprime in modo piu’ netto un consenso immediato (io acquisto un bene o un servizio e controllo se cio’ che ho acquistato corrisponde alla mia aspettativa, in caso contrario richiedo un rimborso, protesto presso una associazione dei consumatori e via dicendo…). Il consenso politico e’ piu’ evanescente del consenso privato del mercato, e’ piu’ distratto e inadeguato a controllare la corrispondenza tra aspettative e realta’ rispetto al consenso contrattuale, privato, del mercato.

Il fallimento non e’ quindi del mercato, quanto piuttosto dell’economia pubblica, paralizzata da un “iperlegalismo” che diviene appiglio, cavillo, pretesto. È per questa via che prende piede l’esternalizzazione del pubblico servizio, il subappalto di servizi al privato, l’outsourcing. È il risultato di una opinione pubblica economicamente analfabeta, che condanna aprioristicamente il profitto, senza considerare che rappresenta esclusivamente la remunerazione delle capacita’ organizzative. È accaduto col referendum sull’acqua, esempio emblematico di quel gran numero di servizi di interesse collettivo che viene pagato due volte, una volta quando si sostengono le spese per l’apparato pubblico e una seconda volta quando viene fornito dalla struttura privata (la sanita’ pubblica e le cliniche private, la scuola pubblica e quella privata, le concessionarie e le societa’ appaltatrici della PA).

Non e’ un fallimento dell’idea di stato, ma dell’idea di stato omnicomprensivo che provvede a tutti i bisogni. Occorre ripensare integralmente il sistema di organizzazione di tutte le amministrazioni pubbliche, favorendo la digitalizzazione, riducendo la duplicazione dei passaggi burocratici, istituendo banche dati generali alle quali poter accedere senza limiti. Occorre seguire il canone principe degli economisti, l’efficienza, tagliando via rami secchi e improduttivi e riorganizzando le risorse gia’ impiegate e mal organizzate. Tuttavia questi cambiamenti non saranno possibili se prima non si cambia la mentalita’ che sottende a tutto l’apparato burocratico e che si nasconde dietro l’iperlegalismo.

 Autore: Emanuela Melchiorre – Lafinanzasulweb.it