Le scappatoie fiscali dei colossi americani

Le scappatoie fiscali dei colossi americaniL’impressione e’ che si sia soltanto grattato in superficie senza andare oltre: l’evasione fiscale di cui si sarebbe resa protagonista Google nel nostro paese sta facendo sorgere molti dubbi sui comportamenti degli altri colossi informatici e digitali di fronte al pagamento delle tasse. E in effetti gli esempi da approfondire non mancano e riguardano soprattutto gli Stati Uniti, alle prese con una elusione da ben 350 miliardi di dollari.

Queste multinazionali sono in grado di incassare parecchio in giro per il mondo, per poi dirottare tale denaro verso quei paesi che presentano un regime fiscale piu’ leggero. La tassa americana sui profitti all’estero, al contrario, ammonta al 35%, una percentuale che si preferisce evitare. Un caso emblematico e’ quello di Apple, visto che ben 64 degli oltre 97 miliardi di dollari incassati si riferiscono proprio a profitti esteri: l’azienda fondata da Steve Jobs non ha quindi alcuna fretta nell’importare i soldi in questione.

Lo stesso discorso vale per la Cisco. Si tratta di una delle compagnie leader nella fornitura di networking, con il 90% dei profitti ottenuti fuori dagli Stati Uniti: la questione, poi, puo’ essere allargata anche alla Microsoft, per non parlare di altri settori, dato che anche Pfizer (farmaceutica) e Duke Energy (energia elettrica) sono coinvolte. Quei 350 miliardi di dollari citati in precedenza fanno davvero gola alle casse americane, alle prese con un deficit di bilancio salito ormai alle stelle.

Tutte queste societa’ hanno capito quanto conviene trasferire le licenze di software e gli altri brevetti in nazioni in cui il reddito di tali beni sara’ tassato con meno cattiveria. Insomma, i colossi in questione fanno lievitare il Pil a stelle e strisce, ma non le casse statali. Il paradosso e’ che non si tratta di scappatoie illegali, ma una seria riforma della tassazione sulle imprese potrebbe cambiare presto le carte in tavola.

Autore: simone ricci – Iljournal.it

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