La crescita globale verso il picco primaverile

Gli indicatori di previsione utilizzati qui continuano a suggerire che l’attuale ripresa dell’economia globale vivrà una fase di picco questa primavera. E non ci sono particolari segnali d’allarme rispetto a un’eventuale successiva debolezza.

Un andamento di questo tipo viene suggerito anche dall’espansione della moneta reale, che da origine a mutamenti del ciclo economico nel giro, in media, di sei mesi e che ha anch’essa registrato una fase di picco in ottobre, coerente con l’ipotesi di una crescita ad aprile.

Le prospettive di mercato dipendono principalmente dal fatto che a questo picco primaverile segua una fase stazionaria oppure di calo – fasi negative del ciclo economico, anche di poco conto, sono state associate negli ultimi anni ad episodi di pessimismo tra gli investitori (risk-off). Gli indicatori devono ancora differenziarsi tra questi scenari – sia l’espansione della moneta reale e sia il doppio indicatore rimangono a livelli che su base storica risultano coerenti con l’ipotesi di una crescita economica imminente. Tuttavia, è opportuno usare cautela in attesa che la situazione diventi più
chiara.

FONDAMENTALI ECONOMICI

Gennaio è stato un mese piuttosto stabile per gli asset di rischio a livello globale, con i dati economici generalmente migliori che sono stati ulteriormente spinti dall’incoraggiante flusso di notizie a livello politico; il patto sul “fiscal cliff” americano, raggiunto all’inizio dell’anno, è stato percepito come un segnale della minore probabilità di recessione nel Paese, trend supportato verso la fine del mese da un innalzamento del tetto del debito. Mentre l’economia degli Stati Uniti ha registrato nel quarto trimestre una contrazione pari allo 0,1% annualizzato, il potere d’acquisto dei consumatori, che riguarda oltre i due terzi dell’attività economica degli Stati Uniti è aumentato sino a quota 2,2%, supportato dal minor tasso di inflazione. Ci sono stati segnali evidenti di un’ulteriore ripresa del mercato residenziale, che nel 2012 ha registrato il maggiore tasso di vendita di case già esistenti degli ultimi cinque anni. Allo stesso tempo, l’Indice S&P/Case-Shiller (prezzi del comparto residenziale in 20 aree metropolitane) è aumentato a novembre del 5,5% rispetto allo stesso mese all’anno precedente.

Anche i trend occupazionali sono incoraggianti: il settore privato ha creato 192 mila posti di lavoro a gennaio, con i salari del settore non-farm che mantengono una crescita regolare, supportata dalle recenti revisioni al rialzo. Anche i dati economici provenienti dalla Cina sono stati incoraggianti: il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto all’inizio del quarto trimestre del 7,9% su base annua, facendo prevedere una maggiore stabilità della crescita dopo due anni di trend negativo. I dati del settore commerciale suggeriscono una stabile ripresa, con l’export che a dicembre è aumentato oltre le attese a 14,1% (anno su anno), mentre l’import è aumentato del 6,0%. E molto interessante notare che gli Stati Uniti hanno sostituito l’Europa come principale meta dell’export cinese. In gennaio, gli Indici manufacturing purchasing manager (PMI) sono rimasti oltre i 50 punti (in aumento), sulla via di una stabile crescita.

In gennaio l’indice PMI dell’Eurozona è rimasto sotto i 50 punti (in diminuzione) a quota 47,9 (Markit). L’incremento è stato guidato dalla Germania, la cui produzione industriale è tornata a crescere – anche se in contrasto con l’aggravarsi della recessione in Francia. Nel Regno Unito, l’attività produttiva è rimasta sottotraccia ma ugualmente positiva nel corso di gennaio, attestandosi a 50,8 punti (prima a 51.2, Markit/CIPS) e conferendo una leggera spinta al sistema economico nel suo complesso. Tuttavia, i dati preliminari dell’Ufficio Nazionale di Statistica hanno mostrato che, per il quarto trimestre, l’aumento del PIL del Regno Unito ha registrato una contrazione pari allo 0,3% rispetto al trimestre precedente, soprattutto a causa della minore produzione mineraria ed estrattiva seguita alla dismissione dei giacimenti petroliferi del Mare del Nord.

COMPARTO OBBLIGAZIONI E VALUTE

Il buon avvio di anno vissuto dagli asset di rischio, compreso il comparto azionario, ha avuto conseguenze anche nei mercati del credito (corporate bond), in particolare nei settori più sensibili quale quello dei bond finanziari high yield e subordinati. In più, i bond governativi core hanno perso gran parte del loro appeal di beni rifugio. Tuttavia, verso la metà del mese, la tendenza è andata nuovamente a favore del settore del credito come risultato della combinazione di una nuova offerta di emissioni, buoni profitti, grande attività degli investitori in termini di posizionamento e dati economici contrastanti che hanno portato a una certa debolezza del comparto equity e alla cessione di gran parte dei guadagni.

A gennaio, le obbligazioni governative core hanno registrato performance inferiori alle attese, con i Treasuries americani a 10 anni, i Bund tedeschi e i Gilts del Regno Unito che hanno registrato ritorni negativi rispettivamente dello 0,9%, dell’1,7% e del 2,0%. I bond corporate investment grade hanno seguito il trend dei bond governativi, terminando l’anno a livelli inferiori.

Per quanto riguarda i mercati valutari, lo yen giapponese ha continuato a perdere valore rispetto alle principali valute, dopo le pressioni del primo ministro Abe sulla Banca del Giappone, affinché quest’ultima espandesse le proprie misure di quantitative easing. La Banca del Giappone ha aumentato il target di inflazione dall’1% al 2% e contestualmente ha annunciato ulteriori stimoli per il 2014. All’inizio di febbraio, le notizie relative al ritiro dell’attuale capo del governo e di due deputati prima della fine del mandato hanno aumentato le probabilità di un’espansione quantitativa più aggressiva e contribuito all’ulteriore indebolimento dello yen.

Inoltre, la dichiarazione del gruppo delle nazioni G7 a cui si è assistito nella seconda settimana del mese, volta a ridurre i timori di una guerra delle valute, ha condotto lo yen dritto verso la sua 33esima settimana sotto il dollaro americano. L’euro si è nel frattempo rafforzato contro il dollaro americano, con gli investitori che quest’anno stanno sempre più ritornando all’Eurozona; tuttavia, le dichiarazioni accomodanti rilasciate dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi all’inizio di febbraio hanno causato due settimane di trend negativo.

COMPARTO AZIONARIO

In gennaio, i mercati azionari globali hanno generalmente registrato delle buone performance (FTSE All-Share +6.3%, Euro STOXX +2.4%, Topix +10.0% in valute locali), supportate da un crescente ottimismo sulle prospettive economiche. I mercati emergenti hanno visto diversi livelli di performance con l’Argentina cha ha guadagnato il 21,3% e l’indice Chinese Shanghai B-Share cresciuto del 13,4% – mentre Brasile, Malesia e Repubblica Ceca hanno perso terreno. Sia il VSTOXX che gli indici VIX, misure indicative della volatilità del mercato, hanno continuato a calare, superando i minimi toccati di recente.

In Europa, le large cap hanno registrato performance superiori rispetto alle small cap, dal momento che gli investitori si sono allontanati da queste ultime, dopo un trend più stabile nel 2012 – invece, negli Stati Uniti, le mid cap hanno registrato le performance migliori. A livello di settore, i servizi al consumatore e i prodotti per la casa e la persona hanno messo a segno i risultati migliori a livello globale, mentre l’hardware e i dispositivi tecnologici sono stati l’unico settore a perdere valore.

In Europa, il settore bancario è stato in assoluto il migliore mentre l’immobiliare, servizi e materie prime hanno tutte registrato un sensibile calo nel corso del mese.

Guardando al futuro, uno scenario macroeconomico più favorevole dovrebbe dimostrarsi un buon driver per l’investimento azionario nel corso del 2013. Continuiamo a ritenere che, poiché le aziende si sono concentrate sulla sistemazione dei loro bilanci, essi ora appaiono maggiormente stabili, e per questo ci aspettiamo che i dividendi andranno ulteriormente aumentando.

E’ probabile che alcune aziende investano la liquidità eccedente in iniziative di buyback, in particolare negli Stati Uniti, con una ripresa dell’attività di M&A, che attualmente appare piuttosto ridotta.

Commento a cura di Henderson Global Investors