Iran e settore energetico: impatti sull’economia reale

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Le tensioni legate all’Iran stanno riportando il tema energetico al centro dell’attenzione, ma con una configurazione molto diversa rispetto al 2022. Sul gas, infatti, il mercato resta sorprendentemente resiliente. In Europa, i future restano su livelli contenuti: circa 40€/MWh per il 2027 e meno di 30€/MWh per il 2028, contro una media di 110€ nel 2022 (con picchi fino a 300€). Questo riflette l’aspettativa di un mercato strutturalmente più “oversupplied” a fine decennio.

Anche lato offerta, le tensioni appaiono gestibili: il Qatar, che produce circa 80 milioni di tonnellate di LNG all’anno, ha subito danni su circa il 17% delle capacità di liquefazione, ma l’arrivo di nuove capacità — in particolare negli Stati Uniti, attese anch’esse per circa 80 milioni di tonnellate aggiuntive entro il 2028 — dovrebbe compensare nel medio termine. Negli Stati Uniti, i prezzi del gas sono rimasti sostanzialmente invariati dall’inizio del conflitto, segnalando un impatto limitato per gli industriali domestici.

Il quadro cambia radicalmente quando si guarda ai derivati del petrolio. A differenza del gas, il mercato dei prodotti raffinati era già in tensione prima dell’escalation geopolitica. I danni subiti da circa il 5% della capacità globale di raffinazione (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Bahrain, Iraq) intervengono quindi in un contesto già “tight”, con margini elevati e scarsa capacità inutilizzata. Anche se tecnicamente una raffineria può riavviarsi in circa due settimane, l’incertezza sulla sicurezza degli impianti potrebbe ritardare significativamente i tempi effettivi.

Le prime tensioni emergono sul jet fuel. L’Europa dipende per circa il 50% dalle importazioni, mentre il Regno Unito arriva fino all’80%, con circa la metà proveniente dal Kuwait. Le scorte europee coprono tra 30 e 50 giorni, ma i primi segnali di stress sono già visibili: cancellazioni di voli in Asia e avvertimenti di operatori come Ryanair su possibili disservizi tra maggio e giugno in assenza di normalizzazione.

Ancora più significativo è il caso del diesel, che si colloca già su livelli superiori a quelli del 2022. Dopo le sanzioni sul petrolio russo, il mercato si è riorganizzato grazie ai flussi verso India e Cina, ma oggi presenta meno flessibilità. Considerando il ruolo centrale del diesel nei trasporti e nell’industria, un aumento prolungato rappresenta un canale diretto di trasmissione inflazionistica.

Sul fronte petrochimico, la tensione è altrettanto evidente: i prezzi di etilene e propilene sono raddoppiati in Asia in un mese, tornando sui livelli di picco del 2022. Si tratta di input fondamentali per plastiche e beni industriali, segnale che lo shock si sta già propagando lungo le catene produttive.

Infine, anche i costi di trasporto marittimo risultano in aumento di circa +30%, pur restando lontani dai livelli estremi osservati nel 2021-2022 o durante la crisi del Mar Rosso nel 2024.

In sintesi, se il gas oggi non rappresenta il principale fattore di rischio sistemico, sono i derivati del petrolio a concentrare le tensioni. Più che uno shock immediato, il mercato sta iniziando a prezzare una dinamica più subdola: una progressiva trasmissione delle tensioni geopolitiche all’economia reale, attraverso carburanti, trasporti e chimica, con effetti potenzialmente più persistenti e diffusi.

A cura di Louis Larere, Co – PM di BDL Convictions – BDL Capital Management

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