Il 2011 dell’Euro

Il 2010 è stato un anno terribile per l’Europa. Esattamente un anno fa avevamo buoni motivi di preoccupazione per la Grecia e per quello che una crisi del debito sovrano della Grecia avrebbe rappresentato per l’area euro. Eppure, nessuno si aspettava davvero di concludere l’anno in questo modo: il contagio ad altri paesi dell’Eurozona con una difficile situazione fiscale era una possibilità concreta, ma la vera sorpresa è stata la pessima gestione della crisi. Alla fine dell’anno, l’architettura dell’area euro si ritrova in pezzi. (…)
E per il 2011? I pessimisti credono che le pedine del domino cadranno una dopo l’altra perché l’assenza di un governo europeo pienamente responsabile è una debolezza fatale. Gli ottimisti aspettano ancora un cambio di passo che corregga gli errori del passato, sia quelli commessi nel processo di creazione dell’area euro sia quelli accumulati nel 2010. Ma ogni giorno che passa diventa più difficile rimanere nel campo degli ottimisti.

LA DISCIPLINA FISCALE NELL’AREA EURO

Il Trattato dà due risposte incompatibili alla domanda “chi dovrebbe imporre la disciplina fiscale nell’area euro?”. Gli Stati membri sono sovrani nelle materie fiscali, ma il Patto di stabilità e crescita impone dei limiti alle politiche fiscali nazionali. L’esperienza degli stati federali ci dice che le componenti sub-federali non possono godere di una completa sovranità: è questa la ragione profonda dell’esistenza del Patto di stabilità e l’intuizione dietro alle richieste di un rafforzamento del suo raggio d’azione. La creazione di un Fondo europeo di stabilità finanziaria da 440 miliardi, e l’azzardo morale implicito nelle operazioni di salvataggio, rappresentano un passo in una direzione federalista. Tuttavia, per quanto stringente si possa rendere il Patto, finirà per scontrarsi con la sovranità nazionale. E dunque o esiste una volontà collettiva di ridurre la sovranità nazionale oppure i piani attuali sono destinati al fallimento.

Due sono le possibilità: limitare esplicitamente la sovranità nazionale ogniqualvolta è a rischio la disciplina fiscale oppure riconoscere che la disciplina fiscale si può ottenere solo a livello nazionale. La prima opzione richiede ovviamente unnuovo Trattato ed è l’approccio che viene seguito in questo momento, ma definire in modo preciso come realizzare tutto ciò non sarà per nulla facile e la ratifica di tutti gli Stati membri non è affatto scontata. Il secondo approccio richiede che ciascun paese dell’area euro adotti procedure formali o regole riconosciute come capaci di portare alla disciplina fiscale, e il più ovvio candidato è una regola equilibrio di bilancio di stampo tedesco. Se questo si possa ottenere su base volontaria, senza un nuovo trattato, è una questione aperta, ma ci dovrebbero essere ben poche obiezioni a una regola simile, che fa riferimento solo ad accordi interni.

LA RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO SOVRANO

La crisi ha mostrato inoltre che, anche nell’Europa di oggi, non si può escludere un default del debito sovrano. (…) La domanda è ancora una volta la stessa: una ristrutturazione del debito dovrebbe essere lasciata alla discrezione del singolo paese o dovrebbe esserci un vincolo collettivo perché si tratta di una “materia di interesse comune”, per parafrasare il Trattato? Anche qui siamo di fronte a una contraddizione tra le due logiche del Trattato: l’interesse collettivo e la sovranità nazionale. Esistono due validi arogmenti per rendere la ristrutturazione del debito un problema collettivo: esternalità e condizionalità.

L’esternalità si ha se la ristrutturazione del debito di un paese genera allarme nei mercati e influisce in modo negativo su altri stati membri dell’area euro. Tuttavia, si può rendere questo argomento più preciso: quali dovrebbero essere i canali di contagio? Nessuno sembra credere che una ristrutturazione del debito della California innescherebbe un contagio nell’area del dollaro, così l’effetto contagio non è dovuto alla presenza di una valuta comune. In ogni caso, la soluzione migliore è che tutti i paesi trovino un accordo su piani credibili di stabilizzazione del debito.

L’altro argomento, la condizionalità, è la base delle attuali discussioni sul “bail-in”: se e quando un paese necessita dell’aiuto dei contribuenti dell’area euro, sarebbe logico che anche i suoi creditori fossero chiamati a fare la loro parte. (…) È un argomento forte, talmente forte che è sorprendente che non sia stato applicato ai salvataggi in corso o prossimi venturi. Si dice che il Fondo monetario sarebbe stato favorevole a una ristrutturazione del debito, ma che i paesi dell’area euro abbiano messo il veto. (…) Di nuovo, invece di costruire un intrensicamente controverso Fondo monetario europeo, sembrerebbe naturale puntare direttamente su regole nazionali, che sono nel chiaro interesse di ciascuno dei paesi membri dell’area.

È UN PROBLEMA DI COMPETITIVITÀ?

Si dice spesso che la crisi sia dovuta all’emergere di squilibri di parte corrente nelle bilance dei pagamenti in Europa. E per la verità un aspetto sorprendente dei primi dieci anni di vita dell’euro è l’accentuarsi dei deficit di parte corrente current deficits in alcuni paesi, accompagnato da crescenti surplus in altri. Così come si è fatto per la questione degli squilibri globali, molti osservatori hanno concluso che il problema sta nel disallineamento dei tassi di cambio reali.

Ma quali sono le prove? La figura sotto mostra, dal 1999, i tassi di cambio reali effettivi – il rapporto tra costo unitario del lavoro interno ed estero – dei paesi “presunti colpevoli”, insieme all’andamento in Germania. È facile notare il graduale deprezzamento del tasso di cambio reale tedesco e l’apprezzamento in Grecia e Italia. Conta certamente anche la dimensione, ma se si eccettua un caso, l’indice rimane sempre in un ambito di variazione tra 95 e 105. Data la precisione di questi numeri e data l’elasticità degli scambi ai tassi di cambio reali, lo “sciagurato” andamento è del tutto normale. L’unica eccezione è l’Irlanda, che ha subito un forte deprezzamento in termini reali (del tasso di cambio) seguito da un altrettanto forte apprezzamento e dove una correzione è già in atto. Detto in modo semplice, questo è un problema che non esiste.

IL RUOLO DELLA COMMISSIONE

Un’altra sorprendente caratteristica della crisi è il ruolo defilato assunto dalla Commissione. I dibattiti sulle possibili soluzioni si svolgono tra governi, per la precisione tra due governi. La Commissione si limita a dare voce a idee dibattute a Berlino e Parigi, cercando semplicemente di ritagliarsi il ruolo di gestore delle politiche che da quelle idee dovrebbero discendere: è un ben strano sviluppo. Insieme alla Bce, la Commissione dispone di capacità tecniche uniche nell’unione monetaria. Ci si aspetta che la Commissione sappia indicare proposte serie e non solo in tempo di crisi, ma anche nei periodi di tranquillità, quando si possono identificare con calma i problemi e valutare le proposte di riforma. Sfortunatamente, la Commissione si è messa in una posizione insostenibile: ha interpretato il suo ruolo di “guardiana del Trattato” come una attuazione rigorosa del Patto di stabilità e crescita. Di conseguenza, è stata associata a tutti gli aspetti negativi del Patto, inclusi gli sforzi finora senza successo di limitare la sovranità, e ha finito per rivestire il ruolo del poliziotto cattivo.

È perfettamente comprensibile che la Commissione abbia la necessità di muoversi con cautela sulle questioni fondamentali. Tuttavia, è una istituzione indipendente. In questa congiuntura pericolosa, sarebbe di grande aiuto se utilizzasse le sue importanti risorse intellettuali per produrre analisi originali, soprattutto nel momento in cui i governi sono guidati da considerazioni interne.

UN’OCCASIONE UNICA PER RAFFORZARE L’INTEGRAZIONE

Una interpretazioni delle recenti risposte politiche è che la crisi offre opportunità uniche per modificare gli ordinamenti attuali. Secondo questo punto di vista, i salvataggi senza precedenti offrono una chanche irripetibile per incamminarsi definitivamente verso una qualche forma di federalismo fiscale, che renda meno assurda quella situazione che Tommaso Padoa-Schioppa definiva “una moneta senza uno Stato”. Si tratta di una scommessa azzardata e come ogni scommessa contiene grandi benefici potenziali ma comporta anche grandi rischi.

Lo scenario ottimista vede il Fondo europeo di stabilità finanziaria trasformato in una sorta di Fondo monetario europeo, con risorse proprie e la capacità di fare prestiti ai governi sotto condizioni che inevitabilmente limiteranno la sovranità in tempi di crisi. (…) L’Fme emetterà titoli europei, garantiti dagli Stati membri: una sorta di debito “federale”. E l’euro potrà finalmente contare sui semi di uno Stato.

Nello scenario meno ottimista, le discussioni su questo processo storico continueranno e si dimostreranno foriere di divisione. I mercati ne trarrannno la conclusione che le discussioni non portano a niente e che l’area euro non ha ancora un piano per affrontare la situazione sempre più difficile di diversi paesi. Salvare la Grecia e l’Irlanda, e forse anche il Portogallo, è una cosa, salvare la Spagna e l’Italia richiede somme di un ordine di grandezza diverso. Una richiesta d’emergenza di aumentare la dotazione dell’Efsf provocherebbe forti reazioni negative da parte dei sospettosi contribuenti tedeschi. L’unico aiuto possibile potrebbe allora venire dalla Bce, il che porterebbe alla svendita su larga scala degli euro. Crescerebbe il risentimento e la fine dell’euro sarebbe alle porte. Il nuovo anno inizia però con una buona notizia: all’Estonia è stato concesso di diventare il diciassettesimo membro dell’area euro. È rassicurante che l’euro attragga ancora qualcuno.

Autore: Charles Wyplosz – LaVoce.info