Costi energetici: attesa ulteriore volatilità

Tregua Usa Iran costi energetici

Il rally di sollievo che ha accolto la notizia di un accordo di pace provvisorio nella guerra Usa-Iran il 14 giugno potrebbe essere stato un po’ prematuro. Anche se il presidente Trump ha dichiarato «l’apertura senza restrizioni dello Stretto di Hormuz», il petrolio non sta ancora fluendo a pieno regime e si prevede nel breve e nel medio termine ulteriore volatilità dei costi energetici.

I colloqui tenutisi nel fine settimana in Svizzera, che hanno dato il via alle trattative per un accordo di pace entro due mesi, finora hanno offerto scarsa chiarezza sul percorso verso una soluzione.

Sebbene tutte le parti abbiano espresso soddisfazione per i «grandi progressi» compiuti e sembri che gli Usa abbiano fatto concessioni piuttosto significative con la revoca del blocco navale e lo sblocco dei beni iraniani, non disponiamo ancora di una tabella di marcia per la piena apertura dello Stretto di Hormuz né dei termini e dei potenziali costi di transito.

Esiste inoltre il rischio che lo Stretto rimanga una merce di scambio fondamentale nella guerra tra Israele e Hezbollah in Libano.

Gli investitori devono dunque prepararsi a un’ulteriore volatilità a breve e medio termine dei costi energetici, che alimenterà l’inflazione e l’escalation geopolitica globale.

La logistica rimane il principale collo di bottiglia. Sebbene le riserve di petrolio nel sottosuolo rimangano abbondanti, il conflitto ha eliminato il 15-20% dell’offerta globale, che non può essere ripristinata dall’oggi al domani.

Le stime del settore indicano che, per ogni giorno in cui lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, la catena di approvvigionamento energetico globale impiega tre giorni per tornare alla normalità.

Dato che lo Stretto è chiuso da quasi quattro mesi, potremmo trovarci di fronte ad almeno sei mesi di perturbazioni delle catene di approvvigionamento, che potrebbero protrarsi fino all’inizio del 2027.

Sebbene l’aumento delle esportazioni statunitensi e il destocking cinese possano aver fornito un ammortizzatore temporaneo, queste riserve sono limitate. La carenza fisica è destinata a persistere con l’avvicinarsi del periodo stagionale di maggiore richiesta per i prodotti petroliferi. I mercati del gas naturale appaiono altrettanto vulnerabili se la domanda invernale dovesse registrare un picco prima che le scorte possano essere ricostituite.

I metalli si trovano a percorrere una strada difficile tra una ripresa ciclica e un contesto stagflazionistico determinato dai costi energetici. Il settore manifatturiero globale mostra segni di accelerazione, ma la fragilità della catena di approvvigionamento rimane un rischio.

Forse il cambiamento più significativo è la priorità data alla sicurezza energetica rispetto al costo del carbone. La domanda fondamentale per i responsabili politici non è più quella di trovare la risorsa più economica, ma di assicurarsi quella più affidabile. Gli investitori dovrebbero considerare l’attuale volatilità dei costi energetici come un segnale di un cambiamento più ampio nel modo in cui vengono valutate le risorse globali.

Prima della guerra, i mercati petroliferi avevano un’offerta abbondante, forse addirittura in eccesso. Potremmo alla fine assistere a una piena ripresa, ma la realtà è anche che ci troviamo in un nuovo paradigma delle materie prime, in cui gli sviluppi geopolitici e geoeconomici creano sia squilibri ciclici e strutturali sia opportunità di investimento.

A cura di Al Chu, portfolio manager specializzato in materie prime di Man Group

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