Wall Street: è l’età dell’oro per i dividendi delle aziende USA

Sembra essere l’età dell’oro per i dividendi statunitensi che quest’anno mostrano incrementi già superiori anche alle previsioni più ottimistiche, secondo quanto asseriscono in ClearBridge Investments, società affiliata di Legg Mason.

Hersh Cohen, Co-Chief Investment Officer presso la maggiore società di gestione azionaria di Legg Mason, con 65mld di dollari di AUM*, afferma che pur non aspettandosi il proseguimento del trend al ritmo osservato dall’inizio dell’anno, la società resta positiva sulle prospettive per gli utili e il dividendo di lungo periodo delle sue partecipazioni in portafoglio.

“Fino ad ora questo è stato un anno eccezionale per l’aumento dei dividendi”, ci dice Cohen. “In numero e dimensioni, gli incrementi che si sono già verificati ad oggi hanno superato perfino le nostre previsioni più rosee, rafforzandoci nella convinzione secondo cui detenere imprese di qualità, in grado di generare aumento del reddito, si rivelerà ancora una strategia vincente”.

Molte tra le società principali hanno annunciato l’aumento dei dividendi nel primo semestre del 2013, incluse, di recente, Apple il cui dividendo trimestrale è salito del 15%, Comcast con una distribuzione in rialzo del 20%, Time Warner del 10,6% e Schlumberger del 13,6%. Tra le altre società che hanno aumentato la distribuzione dei dividendi si segnalano Kimberly-Clark, 3M, UPS, Nextera Energy, Texas Instruments, General Mills e Qualcomm, quest’ultima con un significativo 40%.

“Probabilmente il più rilevante è l’incremento registrato da Wal-Mart Stores, pari al 18,2% e in costante crescita fin dal primo stacco cedola avvenuto nel 1974”, afferma Cohen.

ClearBridge sostiene da lungo tempo la politica dei titoli a dividendo, in quanto rispecchia appieno la sua filosofia che consiste nell’acquistare società valide al giusto prezzo, continuando a tenerle in portafoglio per lunghi periodi di tempo.

“Ci concentriamo sulle società che mostrano modelli di business superiori agli altri, caratterizzate da bilanci di elevata qualità e da una posizione predominante nell’industria di appartenenza”, sottolinea Cohen. “Prediligiamo le aziende che producono beni di consumo di cui la gente ha bisogno o che desidera acquistare, che tendono a consumarsi e quindi devono essere regolarmente sostituiti – quello che una volta si chiamava l’effetto “razor blade”. In secondo luogo, cerchiamo società con ingenti flussi di cassa disponibili, utilizzati per generare crescita sostenibile e premiare gli azionisti.

“Siamo del parere che, fino ad ora, le ragioni per detenere società in grado di distribuire dividendi in rialzo siano state ampiamente dimostrate, in questo 2013”.

Per il futuro, Cohen afferma che le società in grado di distribuire dividendi più elevati dovrebbero anche beneficiare di un aumento delle valorizzazioni, ma, contro la ricerca spasmodica di rendimento, avverte: “Gli strumenti che offrono maggiori guadagni comportano inevitabilmente anche l’assunzione di rischi più alti. Nel momento in cui si acquistano dei titoli, la motivazione non può essere attribuita solo ai dividendi”, precisa. “Anche la crescita è una componente essenziale. Quando gli investitori pongono eccessiva attenzione al rendimento corrente e acquistano i titoli caratterizzati dal reddito più corposo, ignorano il fatto che il vero vantaggio dei dividendi nel corso del tempo consiste nella capacità di aumentare proprio in quanto parte integrante della crescita di lungo periodo di un’azienda”.

Secondo Cohen alcuni settori spiccano rispetto ad altri. “Ricerchiamo società in grado di ottimizzare la combinazione di crescita e reddito corrente. Sia che si tratti di beni al consumo non ciclici, di tecnologia o di settori industriali diversificati di alta qualità, probabilmente riusciremo a trovare investimenti molto interessanti e non sopravvalutati”.

Cohen ritiene inoltre eccessivi i timori riguardo alle recenti modifiche della tassazione fiscale sui dividendi: “In prospettiva storica, i tassi marginali hanno subito variazioni significative nel corso degli anni – passando dal 90% al 28%”, aggiunge. “Ma le società hanno continuato a incrementare i propri dividendi anche in questi periodi. Alcune, come Procter and Gamble, stanno aumentando la distribuzione da decenni. Il punto è che le aziende staccano le cedole per ragioni che vanno ben oltre le politiche fiscali del momento”.