Le crisi a sciame e la slow recovery, ma l’Europa progredisce

Lo sciame delle crisi ha accompagnato la slow recovery che ha caratterizzato la ripresa post-2009. Verso la fine del 2016 la dinamica del commercio mondiale è tornata positiva.

crisi slow recoveryMicro-crisi, crisi regionali, crisi settoriali, crisi di Borse continentali si sono innestate una sull’altra, dal 2009, come uno sciame di scosse di assestamento segue il terremoto principale, impegnando i decisori di politica economica nello sperimentare nuove strade di stabilizzazione. Come conseguenza, lo sciame delle crisi ha favorito, o almeno accompagnato, la slow recovery che ha caratterizzato la ripresa post-2009, anno in cui dilagò la crisi della domanda globale che interessò in un primo momento perlopiù i Paesi avanzati.

Se si considerano, infatti, i tassi di crescita del PIL mondiale, essi non hanno più superato il 4 per cento che costituiva lo standard prima del 2009, e anzi dal 2012 sono stati positivi, ma costantemente sotto il 3 per cento.

Nel 2011 si ebbe una seconda scossa: le finanze pubbliche di alcuni Paesi europei scricchiolarono sotto il peso congiunto del debito pregresso, dei costi della crisi (connessi all’aumento delle spese per il welfare) e dell’austerità fiscale. Fu la volta della crisi dei «debiti sovrani», che lambì l’Italia e si manifestò con l’aumento dello spread tra i rendimenti delle obbligazioni governative periferiche (italiane) e tedesche, che a lungo servì da termometro dell’economia.

La normalizzazione di questa crisi richiese uno sforzo straordinario all’Europa monetaria, che si dotò di una specie di cintura di sicurezza posta intorno ai Paesi in temporanea difficoltà fiscale per impedire la speculazione sui loro mercati obbligazionari. Nell’autunno del 2012 anche la Corte Federale Costituzionale tedesca approvò il dispositivo dell’ESM, più conosciuto come Fondo Salva-Stati, che, insieme alle dichiarazioni di una BCE risolutamente rivolta ad assicurare a qualsiasi costo la stabilità dell’euro, di fatto evitò che una nuova, più acuta crisi finanziaria si aprisse in Europa.

La terza scossa, il terzo terremoto, ha avuto origine in Medio Oriente nel luglio del 2014. La crisi del 2009, infatti, aveva accelerato le trasformazioni tecnologiche e produttive in tutti i settori. Ogni volta che si ha una contrazione dei redditi, i profitti si contraggono più ancora e il tentativo del loro ripristino da parte degli imprenditori spinge la frontiera dell’innovazione. Questa sfrutta le nuove scoperte per risparmiare risorse o per aumentare il valore aggiunto.

Nel settore energetico si sono così determinati sia un processo irreversibile di sostituzione delle fonti energetiche fossili con fonti rinnovabili e meno inquinanti, sia un processo di ricerca di nuovi metodi estrattivi dalle fonti fossili, per ampliare il campo delle riserve conosciute e sfruttabili. Alla fine, si realizza nel mercato petrolifero una situazione di eccesso di offerta simile a quella del 1998.

Nel 2014 l’Arabia Saudita si diede però indisponibile a funzionare come buffer-producer, ossia a sobbarcarsi da sola, con il taglio della produzione, la stabilizzazione dei prezzi internazionali del petrolio, che valgono per tutti. Si ebbe piuttosto una decisione saudita opposta, che aumentò la quantità di petrolio prodotta dai suoi pozzi e che sortì l’effetto di far scendere in poco più di un anno il petrolio da 107 a 37 dollari al barile, per poi stabilizzarsi intorno ai 45 dollari, prezzo intorno al quale il greggio si trova ancora oggi.

Il basso prezzo del petrolio determinò che nel 2015 ben 36 società americane appartenenti al settore «oil & gas» furono costrette a dichiarare fallimento. Ma gli effetti del terremoto andarono ben oltre il settore petrolifero: rallentò infatti la ripresa dell’intera economia americana; si sbilanciarono i conti pubblici dell’Arabia Saudita che aveva fatto la prima mossa e che passò dal 2012 al 2015, in appena tre anni, da un surplus fiscale del 13 per cento del PIL a un deficit del 17 per cento.

In tutti i Paesi del Golfo questa crisi segnò la fine dello stile di tax-free living riservato ai residenti. La caduta dei redditi petroliferi dilagò colpendo la Russia – primo esportatore globale di petrolio (4,7 mb/g rispetto a un consumo globale di 98) e secondo esportatore di gas – e si estese al Venezuela e alla Nigeria, espandendo il contagio a larga parte dei Paesi emergenti.

In Europa il basso prezzo dell’energia venne accolto inizialmente come un vantaggio. Ben presto se ne dovettero considerare gli effetti deflazionistici sui prezzi dei beni di consumo. Fu per evitare il rischio di deflazione che la BCE, che fino a quel momento aveva attuato una politica monetaria espansiva, ma con mezzi ordinari, decise il 22 gennaio del 2015 di intraprendere la strada del quantitative easing, a imitazione degli Stati Uniti di qualche anno prima. L’incertezza che il petrolio aveva disseminato sui mercati si allargò e raggiunse il mercato del credito, ovviamente esposto verso i Paesi e soprattutto le società petrolifere, e il rischio che si potessero sfiorare le condizioni di una nuova recessione generale fece crollare la Borsa cinese, che trascinò al ribasso l’intera Asia, tra il maggio del 2015 e il febbraio del 2016.

Il contesto di «bassa crescita», sia pure in condizioni di espansione «non convenzionale» dei bilanci delle banche centrali, ha contribuito a gettare benzina sul fuoco dell’insoddisfazione montante del ceto medio dei Paesi avanzati, che ha visto ridursi la quota di reddito disponibile ai classici impieghi dei colletti bianchi.

Lo scontento del ceto medio, per la prima volta afflitto dalla disoccupazione o dalla sottoccupazione tecnologica, ha avuto un impatto sull’avanzata dei movimenti politici contrari alle istituzioni che giocano un ruolo importante nell’economia. È così che si è avuto uno slittamento verso il basso della popolarità delle istituzioni europee, puntualmente registrato dai sondaggi dell’Eurobarometro e che nel Regno Unito ha determinato il voto popolare favorevole all’uscita del Paese dall’Unione Europea.

L’intreccio delle crisi economiche, sia pure parziali, settoriali e regionali, con le crisi negli altri settori della società e della politica (la crisi dei migranti in Europa, la crisi siriana e il tentato colpo di stato turco, insieme al terrorismo in Europa), ha diffuso incertezza e non ha permesso alla domanda potenziale di esprimersi compiutamente, marchiando anche il 2016 come un anno di ripresa a «bassa crescita», con il PIL mondiale reale cresciuto (secondo il FMI) del 2,42 per cento (ossia lievemente meno del 2,69 per cento del 2015).

Nonostante tutto, la qualità della ripresa è da considerare migliore del 2015, per due ragioni. In primis, i Paesi europei hanno visto crescere il loro prodotto lordo più che nel 2015; in secondo luogo, alcuni tra i Paesi che erano stati colpiti tra il 2014 e il 2015 dalla crisi post-shock petrolifero (su tutti, la Russia e il Brasile) hanno avviato la stabilizzazione del loro PIL (Russia) o, quanto meno, hanno rallentato la decrescita (Brasile). La slow recovery del PIL nel 2016 ha ragione anche nello scarso progresso del commercio internazionale: secondo le valutazioni della WTO, la sua crescita nel 2016, per la prima volta dal 2001 (+1,3 per cento), è stata inferiore a quella del PIL.

Verso la fine del 2016 la dinamica del commercio mondiale è però tornata positiva e la WTO si attende nel 2017 una crescita del 2,7 per cento del PIL e del 2,4 per cento del commercio mondiale. Inoltre, in Europa il rischio di deflazione è in certa misura rientrato.

L’insieme di questi fatti ammorbidisce il giudizio sul rallentamento dell’economia mondiale del 2016, in un contesto di aspettative favorevoli sul 2017, in particolare per l’Europa e l’Italia.