Le case: il mercato che gli italiani conoscono meglio

I piccoli investitori italiani si rivolgono alle case perché è il mercato dei beni di investimento che conoscono meglio.

case mercato immobiliareI piccoli investitori si rivolgono alle case perché è il mercato dei beni di investimento che conoscono meglio e al quale probabilmente sono più interessati, supportati da un buon livello di informazione che è pur sempre un elemento che mitiga il rischio degli investimenti rendendo più consapevoli le scelte in proposito.

Dietro al mercato immobiliare si collocano, distanziati, il mercato obbligazionario (che è seguito dal 33 per cento del campione), poi la Borsa (24 per cento) e il mercato dell’oro (19 per cento).

La ricerca delle case corrisponde anche a una ricerca di rendimenti e chi vi si vorrebbe avvicinare ha un profilo chiaro. In generale, ha da parte investimenti liquidi o liquidabili pari a più di un anno del suo reddito (48 per cento). Ha realizzato che il mercato dei beni d’uso quotidiano è deflattivo, concorrendo a schiacciare i rendimenti di lungo termine del risparmio investito in forme finanziarie.

Ciò però non è compatibile con l’aspirazione a ottenere dai propri investimenti, in media, un profitto medio annuo del 2,6 per cento nei prossimi cinque anni. Ecco dunque che tra le motivazioni per cui “acquistare un immobile potrebbe essere vantaggioso” primeggiano considerazioni economiche, ossia la convinzione di investire in un “bene di riferimento”, che conserva il suo valore nel tempo (25 per cento), seguito dalla possibilità di “approfittare del momento di prezzi bassi” (17 per cento) e dal fatto che il reddito dell’immobile, ossia l’affitto incassato o risparmiato, è superiore a quanto può offrire la banca o un’obbligazione (13 per cento). Inoltre, se i prezzi delle case aumenteranno nei prossimi anni si può approfittare di buone e singolari condizioni sui mutui. Chi ne sta considerando l’acquisto ha spesso l’ambizione di una casa migliore o il bisogno effettivo di un’abitazione più grande.

Gli acquirenti potenziali nei prossimi tre anni userebbero prevalentemente la nuova casa per sé, considerandola come un bene da godere e magari da tramandare ai figli.

Cosa trattiene dunque gli acquirenti? Per il momento gioca da freno la debolezza convalescente del mercato secondario, ossia il timore o di non riuscire a liquidare l’attuale propria casa o di ricavarne un prezzo insufficiente per fare il salto di qualità. In altri termini, mano a mano che il mercato immobiliare sarà più liquido e si accorceranno i tempi di vendita delle case usate, la domanda potenziale di nuove case si trasformerà in domanda effettiva.

Anche per le seconde case il clima starebbe cambiando. Le intenzioni di acquisto nei prossimi tre anni riguardano il 9 per cento degli investitori, consapevoli che la seconda casa non è però quasi mai un buon investimento.

Investire in case da dare in affitto conviene, ma non troppo. Le case, che la deflazione fa tornare al centro dell’ambizione di una quota significativa di piccoli investitori, sono non solo quelle da abitare, ma anche quelle da dare in affitto.

Con la discesa a zero degli interessi, il reddito degli affitti torna competitivo. La quota di investitori propensi a comprare una casa da locare è inferiore a quella degli investitori propensi a comprare una casa da abitare, ma rappresenta pur sempre una quota maggiore di quella degli attuali possessori di obbligazioni.

Gli ostacoli alla messa in pratica di quest’ultima idea non mancano e riguardano quasi sempre la selezione degli inquilini, che è ovviamente un’incognita. Secondariamente, vi è la questione fiscale. Le case da locare sono per definizione «seconde case» e ne seguono in larga parte i destini fiscali, dall’imposta di registro piena, all’IMU, alla non deducibilità delle spese di ristrutturazione.

Il “fisco sotto l’albero”: il 41 per cento dei piccoli investitori è congelato dalle condizioni fiscali. Se potesse chiedere qualcosa al fisco, propenderebbe per un riequilibrio delle imposte tra quelle sulla casa e quelle gravanti sulle altre forme di patrimonio.

Questa propensione, maggioritaria, non è però necessariamente collegata a imminenti operazioni immobiliari e risponde più a una domanda di equità fiscale rispetto alla tassazione del patrimonio. V’è da ricordare che il Governo è venuto incontro a queste istanze alleggerendo la tassazione per quanto riguarda la prima casa.

La propensione all’acquisto di case potrebbe essere decisamente più alta se si alleggerisse il peso fiscale sull’investimento immobiliare.