G20: a Seul soltanto un nulla di fatto

Il G20 di Seul si è concluso con un colossale nulla di fatto. Anzi possiamo dire che rappresenta un passo indietro rispetto agli impegni presi nei passati summit.

Il problema più recente della crisi globale, cioè il rischio di uno scontro sui mercati dei cambi e tra le monete, è stato accantonato per evitare una rottura internazionale.

È una sostanziale ammissione di impotenza del G20, confermata anche dalla decisione di proseguire con incontri annuali invece che semestrali.

Il prossimo G20 infatti si terrà in Francia a fine 2011. Sempre che non si verifichi qualche nuova emergenza. Anche sul fronte della riforma finanziaria e della governance si deve ancora passare ai fatti. Senza entrare nel merito della portata e dell’efficacia delle proposte, si può dire che Mario Draghi, in qualità di presidente del Financial Stability Board, ha correttamente sintetizzato la questione. Ha detto: «Abbiamo fatto molto, in breve tempo, con le regole. Ora occorrono le leggi». I governi e i parlamenti devono quindi approvare le leggi di attuazione per non lasciare solo sulla carta il lavoro finora fatto.

In realtà il G20 è stato paralizzato dalla decisione, presa qualche giorno prima in modo autonomo dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità per ben 600 miliardi di dollari. Essa dovrebbe servire ad acquistare titoli di stato americani, mantenendo sempre più bassi i tassi di interesse per favorire la domanda e la ripresa dell’economia Usa. Le autorità americane hanno giustificato tale scelta con la mancata rivalutazione dello yuan cinese che penalizzerebbe le esportazioni Usa, favorendo nel contempo quelle cinesi.

A nostro avviso tale affermazione non è del tutto fondata. In verità se c’è qualcuno che in questi giochi dei cambi rischia di essere penalizzato è l’Europa con il suo euro forte. Il bombardamento mediatico intorno alla ritrosia cinese sulla flessibilità del tasso di cambio è servito da cortina fumogena per presentare come inevitabile e necessario il «fait accompli» della Fed di stampare altra moneta.

Basta la semplice lettura dei dati economici relativi alla bilancia commerciale americana per capire la portata meramente finanziaria dell’operazione. Nel periodo gennaio-settembre 2010, gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di circa 380 miliardi di dollari. Ma il problema è ben maggiore in quanto dalla composizione delle esportazioni americane emerge che esse sono rappresentate per il 30% da servizi, in particolare finanziari e assicurativi. che vantano un avanzo di oltre 110 miliardi. I settori produttori dei beni di consumo e dei beni capitali, invece, insieme registrano un disavanzo di quasi 500 miliardi!

Gli Usa, per esempio, spendono 190 miliardi di dollari solo per importare petrolio grezzo. Se è vero che 200 miliardi del deficit relativo ai beni sono nei confronti della Cina, è altrettanto vero che i restanti 300 miliardi riguardano il resto del mondo: 60 verso l’Eu, 42 verso il Giappone, ben 45 miliardi verso l’Africa, ecc. Forse il dato che meglio rivela i problemi dell’economia americana è il deficit di 56 miliardi di dollari nel settore dei prodotti «advanced technology», ad alta tecnologia.

Dovrebbe essere lapalissiano che la nazione più avanzata del mondo non può avere un deficit commerciale nelle tecnologie! Gli unici settori tecnologici che ancora «tengono» sono quelli dove gli Usa godono di un monopolio storico: quello aeronautico e quello bellico, che può contare su un budget ufficiale di oltre 700 miliardi di dollari (senza considerare gli extra).

Perciò l’economia americana non arranca perché il valore dello yuan è basso e tanto meno può riprendere quota attraverso le svalutazioni competitive del dollaro. Come ha recentemente sostenuto Wolfang Schaeuble, il ministro delle Finanze tedesco, «il modello di crescita all’americana è nel mezzo di una crisi profonda». Non c’è stata una distorsione del sistema, ma si è all’inizio della fine di un modello insostenibile.

Ciò non ci rallegra. Ma a Seul il presidente Barack Obama, sconfitto alle elezione di medio termine, è sembrato appiattirsi sulle posizione della Fed. Solo pochi mesi fa, presentando il bilancio 2011, aveva denunciato il fatto che il «moral hazard» del mondo finanziario e bancario avesse fatto lievitare il debito pubblico di ben 3.000 miliardi di dollari portandolo alla vetta dei 12.000 miliardi. Evidentemente il peso dei signori della finanza è ancora intatto. In America e non solo.

Autori: Mario Lettieri, Paolo Raimondi