La fine del sostegno monetario

Con la decisione di ieri si chiude la lunga stagione di allentamento monetario da parte della Fed. Adesso tocca ai singoli governi stimolare la crescita economica.

fed sostegno monetarioIl primo passo avanti verso la fine della politica di sostegno monetario. Ieri la Fed ha annunciato l’aumento di 25bp dei tassi sui Fed Funds. Mentre il rialzo era ormai scontato, più interessanti sono stati la dichiarazione e l’aggiornamento delle proiezioni. La prima aveva un tono hawkish e il FOMC ha sorpreso i mercati aumentando il numero previsto di rialzi. I famosi grafici dot-plot della Fed ora mostrano tre innalzamenti dei tassi anziché due per il 2017.

Si tratta di un altro passo avanti verso la fine della politica di sostegno monetario finora attuata dalle principali banche centrali. La scorsa settimana la BCE ha sorpreso i mercati annunciando un “soft tapering”. La BCE ha procrastinato il programma di acquisto di bond di altri nove mesi fino almeno a dicembre 2017, ma ha diminuito l’entità degli acquisti mensili a 60 miliardi di euro a partire da aprile 2017.

La fine della politica di quantitative easing associata alla percezione che i vantaggi della politica monetaria avessero ormai raggiunto il loro limite, ha condotto gli investitori a prevedere che saranno gli stimoli fiscali dei governi a svolgere un ruolo più attivo. Dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA, sono decisamente aumentate le aspettative in merito alla realizzazione di una politica incentrata su forti stimoli fiscali. Se da un lato il miglioramento delle previsioni economiche del FOMC è stato minimo per il 2017, dall’altro questo cambiamento di fase economica potrebbe essere stato illustrato implicitamente nei grafici della Fed. Gli stimoli fiscali giungono in un momento in cui l’economia sta già girando al massimo del suo potenziale.

Gli aspetti fiscali presentano un po’ più di difficoltà nell’Eurozona. La Commissione europea ha raccomandato all’Eurozona nel complesso di varare misure di espansione fiscale fino allo 0.5% del PIL per l’anno prossimo, concentrandosi in particolare su quei paesi che hanno i margini di manovra per farlo, come la Germania o i Paesi Bassi. Tuttavia, questi paesi esitano a utilizzare le politiche fiscali, mentre altri rientrano ancora nell’EDP (la procedura per deficit eccessivo dell’UE) oppure hanno un eccessivo fardello del debito.

La politica più aggressiva della Fed in materia di tassi di interesse ha determinato un brusco rialzo dei rendimenti obbligazionari nell’Eurozona e negli Stati Uniti. L’aumento della spesa fiscale, più probabile negli Stati Uniti che nell’Eurozona, e il ridimensionamento delle politiche di allentamento monetario faranno ulteriormente salire i rendimenti obbligazionari nei prossimi mesi. Ci chiediamo tuttavia se tutti i paesi potranno affrontare tassi di interesse sul debito molto più elevati senza ridurre il debito o rischiare il default.

Commento a cura di Kempen Capital Management